Paura di deludere gli altri: il peso di doversi spiegare

“Capirà?”. La paura di deludere gli altri abita quasi sempre dentro questa domanda, che spesso ci poniamo prima ancora di parlare.

E mentre la formuliamo stiamo già scegliendo parole che dovrebbero risparmiare all’altro qualunque dispiacere, come se la nostra risposta avesse bisogno del suo permesso per stare in piedi. La risposta, intanto, era pronta da un pezzo.

.

Paura di deludere gli altri: cosa temiamo davvero

La paura di deludere gli altri viene spiegata come difficoltà a imparare a rifiutare oppure come bisogno di avere un cenno di approvazione prima di ogni scelta.

Sono descrizioni vere e riguardano la parte visibile.

Sotto, però, lavora qualcosa di più preciso: quello che temiamo arriva un istante dopo la nostra frase ed è l’espressione di chi ascolta e non capisce.

Per questo alla risposta aggiungiamo sempre un supplemento, un motivo, un esempio, una tardiva premessa, come una giustificazione che dovrebbe renderla accettabile.

Poi restiamo in attesa, a guardare la faccia dell’altro.

.

Chi non capisce spesso non può capire adesso

Ci possono essere, però, ragioni per cui una persona non capisce e quasi nessuna riguarda la nostra chiarezza.

Ragioni che facciamo fatica a considerare, come se non potessero esistere.

E, invece, anche l’altro ha i suoi tempi di elaborazione, che raramente coincidono con i nostri: certe cose diventano comprensibili tempo dopo.

Poi non si considera che le parole possono avere significati diversi per due persone e, senza un “vocabolario condiviso”, ognuno risponde a una frase che l’altro non ha detto.

A volte, infine, capire è scomodo: comporterebbe cambiare qualcosa.

Finché restiamo in attesa di quel momento, il valore che ci diamo dipende dal loro consenso.

Aspettare che l’altro capisca è qualcosa che facciamo quasi senza rendercene conto.

.

Paura di deludere gli altri: cambiamo la domanda

La domanda che apre uno spiraglio smette di riguardare l’altro e torna su di noi.

Al posto di “Come posso farmi capire?” possiamo porcene altre, diverse: “Questa scelta mi pesa?”, “Fa male a qualcuno?”, “Ma io voglio essere così?”.

Rispondere ci riporta dalla parte in cui possiamo davvero muoverci.

La spiegazione diventa facoltativa: la si può ancora dare, come un dono e non come un pedaggio.

È una scelta che non chiede permesso.

E quel nostro timore, che sembrava un tratto immodificabile, si affievolisce quando smette di decidere per noi.

Chi ci sta accanto, spesso, capisce proprio allora.

Spunti di riflessione

• In quali situazioni ti accorgi di aggiungere una spiegazione che nessuno ti ha chiesto?
• Cosa cambierebbe nella tua giornata se smettessi di aspettare che l’altro capisca?
• Da dove viene l’idea che una tua scelta abbia bisogno di essere giustificata?

L'articolo ti riguarda?

Scrivimi per una consulenza gratuita: ti rispondo di persona.

Condividi questo articolo con chi potrebbe trovarsi nella stessa situazione

Lascia un commento