Paura della paura: quando il panico si alimenta da solo

Paura della paura, è questa l’espressione che descrive meglio ciò che Monica sta attraversando quattro mesi dopo il primo episodio in metropolitana.

La sua vita si è riorganizzata attorno alla possibilità che accada di nuovo.

Decide di rivolgersi a uno psicologo: da sola non riesce a uscire. Ed è nelle prime sedute che qualcosa inizia a chiarirsi.

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Paura della paura: il corpo sotto sorveglianza

Monica si spaventa dei propri segnali fisici. Sta attenta ad ogni minima percezione che le sembra provenire dal proprio corpo.

Monitora il battito cardiaco, il respiro, ogni tensione al petto, anche mentre lavora.

Quello che non aveva ancora capito è che questa sorveglianza produce l’effetto opposto a quello desiderato.

Quando portiamo l’attenzione su una funzione corporea normalmente automatica, essa tende ad accelerare o intensificarsi: il respiro si fa più corto, il cuore risponde.

Il corpo non sta confermando un pericolo; sta rispondendo all’attenzione che gli stiamo rivolgendo.

Monica lo riconosce: «Più ci faccio caso, peggio sto».

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Le strategie che sembrano proteggere

C’è un paradosso: le cose che Monica fa per stare meglio sono quelle che la trattengono nel problema.

Ne individua tre con lo psicologo.

La prima è l’evitamento. Rinunciare alla metropolitana, alle trasferte, ai percorsi incerti è come inviare un messaggio al sistema nervoso: quella situazione è pericolosa.

La seconda è la rassicurazione: il telefono sempre in mano, qualcuno accanto che rassicura.

La terza è il controllo anticipatorio: pianificare ogni via di fuga prima ancora di uscire.

Queste strategie mantengono l’allerta costantemente attiva.

Monica lo capisce, e qualcosa si allenta: non è debolezza, è un meccanismo che ha imparato senza accorgersene.

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Paura della paura: il circolo che si può interrompere

Ipervigilanza, tentate soluzioni: due elementi che si alimentano in modo circolare.

Il pensiero «potrebbe succedere di nuovo» attiva una risposta di allerta.

Quella risposta viene letta come conferma del pericolo.

L’evitamento impedisce qualunque esperienza che possa smentirla.

Il ciclo ricomincia.

Monica inizia a osservare questo schema senza esserne travolta.

Non è ancora cambiamento, ma è il primo passo: riconoscere come funziona il proprio sistema.

Nel prossimo articolo vedremo come Monica ha ripreso in mano la sua vita.

Spunti di riflessione

• Quando percepisci una sensazione fisica insolita, qual è il primo pensiero che ti viene?
• Ci sono situazioni che stai progressivamente evitando? Hai notato se l’evitamento ha cambiato qualcosa?
• Cosa succederebbe se, la prossima volta che senti quella sensazione, decidessi di non fare nulla per un momento?

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