Il panico in metropolitana: la storia di Monica

Il panico travolge Monica tra due fermate della metropolitana, un martedì mattina qualunque.

Ha 32 anni, prende quel treno ogni giorno per andare al lavoro, ma questa volta il suo corpo si ribella: il cuore impazzisce, l’aria non entra più, le gambe cedono.

“Sto morendo”, pensa. Ma non muore.

Il primo attacco di panico: quando tutto cambia

Quel giorno Monica scende alla fermata successiva, si siede su una panchina e chiama un’amica.

Il pronto soccorso le confermerà quello che già sospetta: nessun problema cardiaco, solo un attacco di panico.

Le parole del medico non la tranquillizzano: se il cuore funziona bene, perché ha creduto di morire?

Torna a casa in taxi, incapace di rientrare nella metropolitana.

Nei giorni seguenti evita i mezzi pubblici, chiede passaggi, inventa scuse.

Il percorso casa-lavoro, prima automatico, diventa un problema quotidiano che richiede pianificazione e strategie di fuga.

Quando il corpo parla e la mente ascolta troppo

Monica inizia a monitorare continuamente il battito cardiaco, controlla il respiro, valuta ogni sensazione fisica.

Una leggera tachicardia dopo le scale la allarma; un senso di costrizione al petto durante una riunione la terrorizza.

Ha scoperto che concentrarsi sui segnali del corpo li amplifica, ma non riesce a smettere.

Ogni sintomo diventa la conferma che sta per succedere di nuovo.

La sera legge ossessivamente su internet, trova conferme alle sue paure, alimenta l’ansia invece di placarla.

La vita che si restringe dopo l’attacco di panico

Tre mesi dopo il primo episodio, Monica ha modificato radicalmente le sue abitudini. vita luoghi affollati, cinema, centri commerciali.

Ha rinunciato a un viaggio con gli amici perché prevedeva un volo aereo.

Al lavoro rifiuta trasferte e appuntamenti che richiedano spostamenti in metropolitana.

Le persone intorno iniziano a farle domande, lei risponde con mezze verità.

Si sente incompresa: come spiegare che la paura di un attacco di panico condiziona ogni scelta?

La sua vita sociale si impoverisce, le relazioni si raffreddano.

Monica si sente prigioniera di un corpo che non controlla più.

Nel prossimo articolo scopriremo i meccanismi che mantengono questo circolo vizioso e come Monica inizia a comprendere le sue tentate soluzioni.

Quando la paura diventa così invalidante da condizionare ogni aspetto della vita quotidiana, è importante riconoscere i segnali e intervenire.

Spunti di riflessione

– Quanto la paura di stare male ti impedisce di vivere normalmente?
– Quali strategie usi per evitare le situazioni che temi?
– Come reagiscono le persone vicine quando cerchi di spiegare cosa provi?

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